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Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001.
E, diciamocelo, ci vuole un coglione per pensare che lo sia.

giovedì, 29 giugno 2006

Lunar Park
di Bret Easton Ellis



“Il rischio professionale di fare di te stesso uno spettacolo, sulla lunga distanza, è che a un certo punto anche tu compri un biglietto d’ingresso”. Così sentenzia Thomas McGuane a pagina zero di Lunar Park, il romanzo,  a detta di Bret Eston Ellis, autobiografico, in cui l’autore si consegna,  nudo e senza copertina, al suo pubblico.

E lo fa lasciando fuori i personaggi che spesso usa  per nascondersi, con la ruffiana malizia tentatrice di chi sa che qualcuno, forse il lettore, piano ma inevitabilmente, arriverà a riconoscerlo e ad aspettarlo al varco. Qui Ellis compare in tutto e per tutto, riflettendo se stesso attraverso un caleidoscopio. Per questo, il protagonista di Lunar Park è diverso in ognuno dei capitoli che compongono il romanzo, il cui inizio trascina in un esilarante “dietro le quinte” della vita dello scrittore, dalle prime bozze partorite a Candem, esclusivo e goliardico campus universitario del New Hampshire, al tour promozionale di Glamorama, in cui Ellis si perde e fa perdere in uno scenario che, se non ci si fidasse dell’autore, sembrerebbe essere la riproduzione della grande allucinazione di “Paura e delirio a Las Vegas”. A differenza del famoso romanzo e poi film, però, qui si avvertono quasi subito l’insicurezza e  il desiderio, sempre mai realizzato, di un riscatto dalla condizione di perenne assenza dalla realtà.

E’ questo il primo Bret che viene fuori, un giovane ricco e bello, la cui sorte, dopo avergli regalato apparentemente tutto, decide di coprirlo di fama e nuovi soldi dopo la pubblicazione, ancora all’ università, di Meno di zero. Un clichè, verrebbe da pensare, forti anche dei paragoni immediati che scattano tra l’Ellis dei primi capitoli e i giovani protagonisti delle sue prime opere, come  Le regole dell’attrazione .

Ma in mezzo al lusso e al sesso facile, inizia a farsi strada un punto nero, che pagina dopo pagina si espande a macchia fino a diventare il filo conduttore [nonché, secondo me, motivo di ispirazione stesso] del romanzo: il rapporto irrisolto con un padre violento e assente, morto troppo presto, lasciando così il figlio in una sorta di limbo, in cui galleggia tra un odio manifesto e un sempre crescente rimorso, che diverrà poi rimpianto. Probabilmente non ancora pronto a consegnare del tutto la figura del padre alle pagine di un libro, Ellis scegli di scendere in campo a sua volta nelle vesti del padre di un bambino per molto tempo non riconosciuto e forse troppo tardi ritrovato. Nel tentativo di riallacciare un seppur minimo rapporto con la realtà, e spinto anche dall’inizio del declino della propria carriera di scrittore, l’autore si trasferisce in una ricca cittadina della provincia newyorkese, dopo aver sposato la madre del piccolo. Rimanendo l’egoista ed egocentrico di sempre, Bret inizia goffamente e senza troppi risultati  a muovere i primi passi da padre.

La trama, o quel che le somiglia, prende inizio  da qui, nel bel mezzo di una degenerata festa di Halloween a casa Ellis, in cui ritroviamo tra gli invitati anche una parodia di Patrick Bateman, spietato protagonista del  tanto famoso quanto discusso American Psycho. L’angoscia generata dalla visione reale di un suo personaggio, amplificata dallo stato di delirio indotto dalle droghe in cui di nuovo versa Ellis, andrà via via trasformandosi, nel corso dei dodici giorni che vengono scanditi nel romanzo, capitolo per capitolo,  in paura ed orrore, in seguito ai terrorizzanti episodi che iniziano ad accadere con sempre maggiore frequenza nell’apparente ridente e sicura cittadina di provincia, che ben presto inizierà a dover fare i conti con una serie di inspiegabili e sistematiche scomparse dei figli maschi delle sue ricche famiglie.

Assolutamente lontano da una semplice autobiografia, Lunar Park porta il lettore a seguire Ellis in una spirale vertiginosa, che piano ma inesorabilmente inizierà a chiudersi sulla vita e gli affetti dell’autore, fino a farlo annaspare, cercando la salvezza per se stesso e per i suoi cari. Tra fantasmi del passato e colpi di scena semplicemente incredibili, inizia ad intravedersi  la via d’uscita del labirinto, ma non quello che segue. E ognuno dei dodici giorni sarà per  l’autore  un conto alla rovescia che lo costringerà a  svegliarsi, spingendolo prepotentemente nella vita reale e facendolo scivolare nel fango dei suoi errori.

Per la prima volta Ellis non si diverte a vedere finire i suoi personaggi sotto la loro stessa mal celata e costosa nullità, ma rischia lui stesso di annegare, nel tentativo di salvare il salvabile [o l’insalvabile?], mettendo a nudo, una volta per tutte, il doloroso rapporto col padre, che ha animato in maniera diversa tutti i suoi romanzi.

Delirante e improbabile, Lunar Park offre una chiave di lettura per le opere dell’autore, che non manca, di nuovo, di sferzare colpi bassi e ben assestati ad uno stile di vita vacuo e sterile, del quale sembra essere al tempo stesso schiavo e giudice severo.   

E, finalmente, rivela l’uomo, non lo scrittore, mostrando come, al netto della costante allucinazione che sembra essere la sua vita, dietro la firma di Ellis si nasconda costantemente uno sguardo profondo sul genere umano, nella sua familiare, e per questo commovente, paura di vivere. 
motokop poteva occuparsi di altro in giugno 29, 2006 13:06 | link | commenti (3)
categorie: delle letture
mercoledì, 31 maggio 2006

Cavie
di Chuck Palahniuk



"Doveva essere un ritiro per scrittori. Un posto sicuro, dove avremmo potuto lavorare. E noi dovevamo scrivere poesie. Belle poesie.
No, quello era soltanto per scrittori, finché non è stato troppo tardi perché non fossimo altro che le sue vittime."



Così inizia l'ultimo, estenuante, lunghissimo e faticoso libro di Chuck Palahniuk.
Non ho mai impiegato tanto tempo e fatica per leggere un romanzo, soprattutto quando la firma è quella dello stesso autore di Invisible Monsters, Soffocare o Fight Club, divorati nell'arco delle 24 ore o poco più.
Cavie è un insieme di racconti, 23 per la precisione, narrati sul palco di un teatro che è anche la cella di prigione di altrettanti personaggi con improbabili nomi: San Vuotabudella, il Conte della calunnia, Madre Natura, Lady barbona, il Duca dei vandali, lo Chef assassino, Sorella vigilante, Camerata stizza, il Reverendo senza dio e altri a seguire, tenuti chiusi dal loro aguzzino, il signor Whittier, vittime e carnefici ognuna del proprio tremendo gioco. Richiamate da un annuncio per scrittori, attirate dalla possibilità di scrivere ognuno "il miglior racconto della propria vita", armate dei bagagli più impensabili [una palla da bowling, un set di coltelli, un diamante ottenuto dalle ceneri del marito, una scorta di pillole, una gatta..] si ritroveranno a fare i conti con il lato più nero e senza speranza dell'essere umano, la volontà inconsapevole ma forte di reiterare il dolore per sfuggire ad un dolore più grande.

E qui mi fermo, se vi siete incuriositi leggetelo.

Non so quantificare il mio giudizio su questo libro. Posso tranquillamente dire che non lo preferisco agli altri di Palahniuk, più immediati, più ritmati, pieni di cambi di corsia e in contromano. Con la costante sensazione di non riuscire a mettere il piede sul freno, evitando lo scontro solo un microsecondo prima.
Come gli altri, è un grande ritratto dell'essere umano attuale, almeno per me, preso in giro senza ritegno per i suoi malcelati difetti. Cavie corre il rischio, secondo me calcolato dall'autore, di sembrare quasi splatter, tanta è la sofferenza fisica, esterna, evidente e manifesta dei protagonisti delle storie. Tanto è anche il disagio mentale che ognuno di loro vive all'estremo, ognuno nella propria incomunicabile, vergognosa esperienza, narrata quasi sottovoce e con il tono di chi sta per raccontare un segreto indicibile.

I personaggi sono per alcuni aspetti simili a quelli di Invisible Monsters, anche loro mostri fisici e mentali, buffoni di corte e personaggi in vetrina nel circo della vita; anche loro vittime dei loro vizi e delle loro disperate fissazioni, della loro schiavitù per il sesso, per la forma, per la bellezza, per la povertà, per il denaro, per l'autolesionismo, dipendenti ognuno da qualcosa, come il protagonista di soffocare, ognuno legato da una catena e relativa palla al piede alla propria e incondivisibile, almeno in apparenza, macchia.
Come gli altri, anche Cavie non ha un lieto fine, anzi, esattamente come gli altri non ha una fine, non di netto, non quella che ti permette di dire "ha avuto ragione, ha fatto bene" oppure "il coglione se l'è meritato, dai". No; Palahniuk lascia i suoi personaggi, le sue creature che tanto ama quanto teme, sulla culla della loro sorte, sfumati, in un angolo, alla mercè del lettore, che può rimanere ore e ore, giorni e giorni a meditare su come anche lui, in qualche momento, abbia sfiorato quella zona di limite tra realtà e fantasia, tra normalità e pazzia, tra benessere e disagio, che in Cavie, di nuovo, è così sfumata e pericolosa, quasi seducente, da far venir voglia di voltare subito pagina per non pensarci troppo a lungo.

Con cavie io mi sono sentito quasi consolato, giunto alla fine. Anche se, come sempre, non c'è mai possibilità di riscatto. Più che dispiacere per la fine della lettura, con i libri di Palahniuk c'è una sorta di de-sperazione per l'ultima mossa dei personaggi. Non si salvano mai, non c'è mai un lieto fine, o qualcosa che gli somigli.
Ma, in fin dei conti, il lieto fine sarebbe talmente fuori luogo e fuori tempo, nei suoi libri, che stonerebbe col resto della storia. E che questo non faccia di Palahniuk un autore animato da una sorta di pessimismo cosmico, assolutamente no. Descrive le storie come sono, o come potrebbero essere.
I suoi personaggi sono liberi di proseguire per la loro strada, senza nessuna interferenza dall'esterno.
Li osserva e li descrive, li lascia fare.
Ben consapevole di avere tra le mani una macchina senza freni e due acceleratori.
motokop poteva occuparsi di altro in maggio 31, 2006 21:20 | link | commenti (3)
categorie: delle letture
martedì, 21 febbraio 2006

Segnalo un paio di blog(s) che ho incontrato per caso (come sempre succede) e che mi hanno colpito particolarmente.
Divertenti e geniali.

Sono diventati entrambi abbastanza "famosi", tanto da diventare due libri, ma voglio far loro pubblicità (capirai...lo leggono in migliaia 'sto blog...)
Se vi va date un'occhiata. Meritano.

Visioni Binarie

Chinaski77

Qui trovate i due BlogBook in vendita
barista poteva occuparsi di altro in febbraio 21, 2006 15:22 | link | commenti (7)
categorie: delle letture
lunedì, 14 novembre 2005

Un consiglio per chi capita qua, leggete questo libro:


"Non so se mi crederete. Passiamo metà della vita a deridere ciò in cui altri credono, e l'altra metà a credere in ciò che altri deridono.
Camminavo una notte in riva al mare di Brigantes, dove le case sembrano navi affondate, immerse nella nebbia e nei vapori marini, e il vento dà ai rami degli oleandri lente movenze di alga.
Non so dire se cercassi qualcosa, o se fossi inseguito: ricordo che erano tempi difficili ma io ero, per qualche strana ragione, felice.
Improvvisamente dal sipario del buio uscì un vecchio elegante, vestito di nero, con una gardenia all'occhiello, e passandomi vicino si chinò leggermente. Mi misi a seguirlo incuriosito. Andavo di buon passo ma faticavo a stargli dietro, perché sembrava procedesse volando a un palmo da terra, e i suoi piedi non facevano rumore sul legno umido del molo.
Il vecchio si fermò un attimo, tracciando in aria gesti con cui sembrava calcolare la posizione delle stelle. Poi annuì con la testa e prese a discendere una scaletta che dal molo calava nelle acque scure.
- Si fermi signore - gridai - non lo faccia!
Ma il vecchio non mi ascoltò, in breve tempo fu nell'acqua fino alla cintola, e poco dopo scomparve.
Senza indulgiare, vestito com'ero, mi tuffai. L'acqua era gelida, e sul fondale melmoso giacevano detriti e cordami.
Mi guardai intorno cercando tracce dell'uomo e con mia grande meraviglia vidi, sospesa a pochi metri dal fondo, un'insegna luminosa con la scritta "BAR". Verso di essa si dirigeva tranquillamente, camminando come un palombaro, il vecchio della gardenia. Come in un sogno nuotai anch'io verso quell'insegna che illuminava l'acqua di azzurro.
Arrivai così a una costruzione intarsiata di nautili, con una porta di legno. La porta si aprì subito e il signore con la gardenia mi tese la mano. Non fece altro che tirarmi dentro di colpo e mi ritrovai in un bar accogliente, luminoso e pieno di avventori. Era arredato con mobili di stile diverso, alcuni di antico gusto marinaro, altri esotici, altri decisamente moderni. Il bancone sembrava la fiancata di una nave, tanto era lucido e imponente. Sopra lo schieramento delle bottiglie c'era un grande oblò di vetro da cui si potevano ammirare candelabri di corallo e branchi di pesci. Gli avventori bevevano e chiaccheravano come in quasiasi bar di terraferma. Come potete constatare dal disegno in copertina, formavano il gruppo più stravagante che io avessi mai visto.
Il barista mi fece segno di avvicinarmi. Aveva un'espressione ironica e il suo volto ricordava quello di un famoso interprete di film dell'orrore. Mi offrì un bicchiere di vino e mi appuntò una gardenia all'occhiello.
- Siamo lieti di averla tra noi - disse sottovoce. - La prego di accomodarsi, perché questa è la notte in cui ognuno dei presenti racconterà una storia.
Mi sedetti, e ascoltai i racconti del bar sotto il mare."

Stefano Benni "Il Bar Sotto Il Mare"
barista poteva occuparsi di altro in novembre 14, 2005 09:14 | link | commenti (4)
categorie: delle letture
lunedì, 17 ottobre 2005

Non sono un lettore abituale di riviste musicali, grazie anche ad un edicolante amico riesco sempre a leggere qualche articolo ed a spulciare per bene i titoli, in modo da capire se valga la pena acquistare o no. Quindi non è che voglia fare pubblicità a questa o quell'altra rivista, però su Blow Up di Ottobre c'è un bel servizio intitolato "Anversa anni '90" a cura di Diego Palazzo che vale l'acquisto. Prima di tutto perché fa luce sugli albori, sui rimescolamenti e la fertilità di una scena - quella belga - a mio parere troppo poco conosciuta e poi perché cita diversi gruppi che meritano l'ascolto: DAAU, The Love Substitutes, X-Legged Sally, Flat Earth Society, Dead Man Ray, Daan, Evil Superstars e altri. Oltre ovviamente ai più "famosi" dEUS, Zita Swoon e Soulwax. Non ricordo di aver mai trovato un articolo che ne parlasse compiutamente della scena di Anversa, quando l'ho letto mi sono sentito felice e in qualche modo ripagato. Quindi onore a Diego Palazzo, anche se cade in qualche errore grossolano tipo "The Ideal CrUsh" ripetuto più volte e meriterebbe uno schiaffo sulle orecchie.
barista poteva occuparsi di altro in ottobre 17, 2005 13:59 | link | commenti (5)
categorie: delle letture, belgian waves