It almost had me died

Serata assolutamente imperdibile quella di sabato 24 novembre. Sul palco del Circolo Arci Vibra di Modena, all’interno della rassegna Collateral, due autentiche leggende della musica rock, Damo Suzuki, ex voce dei mitici Can e Pete "Sonic Boom" Kember, membro fondatore dei seminali Spacemen 3, si uniranno ai Julie’s Haircut per una nottata di improvvisazione cosmica. Non si tratta di tre concerti separati, ma di un’unica grande session spontanea, una sorta di "composizione istantanea" basata su materiale assolutamente inedito e improvvisato.
Dopo il concerto dj set con Mara Mariani di Radio Antenna Uno e l’ospite Dj Donut, già al lavoro in diversi club di Milano (http://www.myspace.com/thenightoftheknife)
In sala saranno presenti anche i ragazzi di Malleus Poster Art Lab con i loro poster in mostra. La serata rientra all’interno della rassegna musicale "Collateral", curata dai Giardini di Mirò.
Apertura ore 23.00 - Ingresso riservato soci ARCI - Gratuito fino alle 24 (5 € dopo)
Damo Suzuki
Kenji Damo Suzuki è stato il cantante dei tedeschi Can – uno dei gruppi pi_ innovativi e influenti della storia del rock – tra il 1970 e il 1974, con i quali ha partecipato alla creazione di dischi leggendari come "Tago Mago", "Ege Bamyasi" e "Future Days". Negli ultimi anni ha dato vita al Damo Suzuki Network, collaborando con decine di musicisti in tutto il mondo.
Sonic Boom
Pete Kember è stato il fondatore, insieme a Jason Pierce, degli Spacemen 3, il gruppo inglese attivo dal 1983 al 1990 che più di tutti ha ridefinito il concetto di "psichedelia", coniugando l’aggressività rock di Stooges e MC5 con il minimalismo di Terry Riley. Gli album "The Sound Of Confusion", "The Perfect Prescription" e "Playing With Fire" sono pietre miliari del rock degli ultimi vent’anni. Dopo lo scioglimento degli Spacemen 3 Sonic Boom si è dedicato all’attività solista (Spectrum, Experimental Audio Research) e di produttore.
Julie’s Haircut
Attivi dal 1994, i Julie’s Haircut sono una delle realtà più longeve della scena indipendente italiana. Dopo tre album orientati alla forma-canzone classica, il loro ultimo disco, "After Dark My Sweet" (con la collaborazione di Sonic Boom), ha segnato il passaggio all’improvvisazione.

Sweek - The Shooting Star's Sigh (2004)
Vi capita mai che qualcosa vi faccia impazzire al primo ascolto? Che dopo tante cose che sono passate per le vostre orecchie una in particolare vi faccia saltare letteralmente la calotta cranica?
Questo è quello che mi è successo in quel di ottobre, mentre ascoltavo svogliatamente un milione di cose. Mi consigliarono questa band, guardacaso, belga e decisi di dargli una chance.
L'inizio evanescente di "Summer Trip" e la rarefatta "Microbacterium Leprae" inquadrano subito il disco nell'area post rock, tanto cara ai canadesi (Godspeed You! Black Emperor, A Silver Mt. Zion). Belle, il cantato un po' insipido e trascurabile, canzoni gradevoli ma nulla più. Ma già il violino mi fa drizzare le orecchie.
"Everybody Takes The Plane", terza traccia, fa scoccare la scintilla che accenderà le fiamme. Cicale elettroniche che saltano dal canale destro al sinistro, giro di chitarra ripetuto, con lievi variazioni e poi l'esplosione: il distorsore, il fuoco, la passione e di nuovo il violino. E' amore. Una citazione che sto cercando ormai da mesi, senza successo, un crescendo vorticoso. Ed io che raccolgo la mia mascella da terra.
Si procede con "Creutzfeld Jacob", siderale ed arabeggiante, e l'essay bukowskiana di "Things Are Bigger Than They Appear", che sintetizza (ma temo con piglio ironico) la mia posizione sulla poesia. "James Piano" mi conferma che si tratta di amore, nei secoli dei secoli, amen: un pianoforte solitario ed una melodia ossessiva ripetuta picchiando forte sui tasti. 2 minuti e 17 che mi fanno rizzare i capelli e mi lasciano incredula. "New James" chiude l'opera, una lunga suite che riprende il tema di James portandolo al violino, dapprima soffuso e poi totalmente impazzito.
Raccolgo i pezzi di me stessa e decido che questo è già diventato uno dei miei gruppi preferiti. E tutti devono saperlo.
Tracklist:
01. Summer Trip
02. Microbacterium Leprae
03. Everybody Takes The Plane
04. Creutzfeld Jacob
05. Things Are Bigger Than They Appear
06. James Piano
07. New James

Thom Yorke - The Eraser (2006)
Thom Yorke, secondo me, è una persona profonda.
Almeno a giudicare dall'arte profusa nel suo disco solista "a sorpresa", The Eraser. Uno in grado di scrivere musica così avanti nel suo essere insieme "di testa" e "di cuore", non può che avere una strabiliante ricchezza interiore.
La title-track ha l'incedere zoppo e surreale di Pyramid Song, ma la sua visionarietà non è del tipo "nuoto in un fiume insieme ad angeli dagli occhi neri", bensì più come quella di un treno fluorescente che avanza lento in una metropoli nebbiosa e affollata.
Skip Divide, Cymbal Rush e soprattutto Atoms For Peace riprendono l'ossessività straniante di marca Warp cui Thom è senz'altro debitore, con l'aggiunta però di ingredienti immediati (benché non banali) che le rendono dannatamente spiazzanti.
E il racconto di Thom in And It Rained All Night è quello di un cinico folletto che conosce troppo bene i suoni della natura per farsi spaventare da quelli post-moderni della civiltà.
The Eraser non contiene nessuna particolare innovazione stilistica da parte di Thom, come invece era successo per ogni singola tappa successiva a The Bends. Si potrebbe semplicemente definire una raccolta di b-side di Hail To The Thief, perché ne condivide la cifra estetica che sintetizza gli spunti della sua carriera so far.
Eppure convince, convince molto e ancor più di prima, della incontrollabile lucidità del genietto di Oxford.



Mi consenta...
Tu ora sei a vedere i dEUS. Io no. Grrrrrrrrr.
... so if you wanna come down for some hangin' around!!!


