Lunar Park di Bret Easton Ellis

“Il rischio professionale di fare di te stesso uno spettacolo, sulla lunga distanza, è che a un certo punto anche tu compri un biglietto d’ingresso”. Così sentenzia Thomas McGuane a pagina zero di Lunar Park, il romanzo, a detta di Bret Eston Ellis, autobiografico, in cui l’autore si consegna, nudo e senza copertina, al suo pubblico.
E lo fa lasciando fuori i personaggi che spesso usa per nascondersi, con la ruffiana malizia tentatrice di chi sa che qualcuno, forse il lettore, piano ma inevitabilmente, arriverà a riconoscerlo e ad aspettarlo al varco. Qui Ellis compare in tutto e per tutto, riflettendo se stesso attraverso un caleidoscopio. Per questo, il protagonista di Lunar Park è diverso in ognuno dei capitoli che compongono il romanzo, il cui inizio trascina in un esilarante “dietro le quinte” della vita dello scrittore, dalle prime bozze partorite a Candem, esclusivo e goliardico campus universitario del New Hampshire, al tour promozionale di Glamorama, in cui Ellis si perde e fa perdere in uno scenario che, se non ci si fidasse dell’autore, sembrerebbe essere la riproduzione della grande allucinazione di “Paura e delirio a Las Vegas”. A differenza del famoso romanzo e poi film, però, qui si avvertono quasi subito l’insicurezza e il desiderio, sempre mai realizzato, di un riscatto dalla condizione di perenne assenza dalla realtà.
E’ questo il primo Bret che viene fuori, un giovane ricco e bello, la cui sorte, dopo avergli regalato apparentemente tutto, decide di coprirlo di fama e nuovi soldi dopo la pubblicazione, ancora all’ università, di Meno di zero. Un clichè, verrebbe da pensare, forti anche dei paragoni immediati che scattano tra l’Ellis dei primi capitoli e i giovani protagonisti delle sue prime opere, come Le regole dell’attrazione .
Ma in mezzo al lusso e al sesso facile, inizia a farsi strada un punto nero, che pagina dopo pagina si espande a macchia fino a diventare il filo conduttore [nonché, secondo me, motivo di ispirazione stesso] del romanzo: il rapporto irrisolto con un padre violento e assente, morto troppo presto, lasciando così il figlio in una sorta di limbo, in cui galleggia tra un odio manifesto e un sempre crescente rimorso, che diverrà poi rimpianto. Probabilmente non ancora pronto a consegnare del tutto la figura del padre alle pagine di un libro, Ellis scegli di scendere in campo a sua volta nelle vesti del padre di un bambino per molto tempo non riconosciuto e forse troppo tardi ritrovato. Nel tentativo di riallacciare un seppur minimo rapporto con la realtà, e spinto anche dall’inizio del declino della propria carriera di scrittore, l’autore si trasferisce in una ricca cittadina della provincia newyorkese, dopo aver sposato la madre del piccolo. Rimanendo l’egoista ed egocentrico di sempre, Bret inizia goffamente e senza troppi risultati a muovere i primi passi da padre.
La trama, o quel che le somiglia, prende inizio da qui, nel bel mezzo di una degenerata festa di Halloween a casa Ellis, in cui ritroviamo tra gli invitati anche una parodia di Patrick Bateman, spietato protagonista del tanto famoso quanto discusso American Psycho. L’angoscia generata dalla visione reale di un suo personaggio, amplificata dallo stato di delirio indotto dalle droghe in cui di nuovo versa Ellis, andrà via via trasformandosi, nel corso dei dodici giorni che vengono scanditi nel romanzo, capitolo per capitolo, in paura ed orrore, in seguito ai terrorizzanti episodi che iniziano ad accadere con sempre maggiore frequenza nell’apparente ridente e sicura cittadina di provincia, che ben presto inizierà a dover fare i conti con una serie di inspiegabili e sistematiche scomparse dei figli maschi delle sue ricche famiglie.
Assolutamente lontano da una semplice autobiografia, Lunar Park porta il lettore a seguire Ellis in una spirale vertiginosa, che piano ma inesorabilmente inizierà a chiudersi sulla vita e gli affetti dell’autore, fino a farlo annaspare, cercando la salvezza per se stesso e per i suoi cari. Tra fantasmi del passato e colpi di scena semplicemente incredibili, inizia ad intravedersi la via d’uscita del labirinto, ma non quello che segue. E ognuno dei dodici giorni sarà per l’autore un conto alla rovescia che lo costringerà a svegliarsi, spingendolo prepotentemente nella vita reale e facendolo scivolare nel fango dei suoi errori.
Per la prima volta Ellis non si diverte a vedere finire i suoi personaggi sotto la loro stessa mal celata e costosa nullità, ma rischia lui stesso di annegare, nel tentativo di salvare il salvabile [o l’insalvabile?], mettendo a nudo, una volta per tutte, il doloroso rapporto col padre, che ha animato in maniera diversa tutti i suoi romanzi.
Delirante e improbabile, Lunar Park offre una chiave di lettura per le opere dell’autore, che non manca, di nuovo, di sferzare colpi bassi e ben assestati ad uno stile di vita vacuo e sterile, del quale sembra essere al tempo stesso schiavo e giudice severo.
E, finalmente, rivela l’uomo, non lo scrittore, mostrando come, al netto della costante allucinazione che sembra essere la sua vita, dietro la firma di Ellis si nasconda costantemente uno sguardo profondo sul genere umano, nella sua familiare, e per questo commovente, paura di vivere.