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Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001.
E, diciamocelo, ci vuole un coglione per pensare che lo sia.

mercoledì, 31 maggio 2006

Cavie
di Chuck Palahniuk



"Doveva essere un ritiro per scrittori. Un posto sicuro, dove avremmo potuto lavorare. E noi dovevamo scrivere poesie. Belle poesie.
No, quello era soltanto per scrittori, finché non è stato troppo tardi perché non fossimo altro che le sue vittime."



Così inizia l'ultimo, estenuante, lunghissimo e faticoso libro di Chuck Palahniuk.
Non ho mai impiegato tanto tempo e fatica per leggere un romanzo, soprattutto quando la firma è quella dello stesso autore di Invisible Monsters, Soffocare o Fight Club, divorati nell'arco delle 24 ore o poco più.
Cavie è un insieme di racconti, 23 per la precisione, narrati sul palco di un teatro che è anche la cella di prigione di altrettanti personaggi con improbabili nomi: San Vuotabudella, il Conte della calunnia, Madre Natura, Lady barbona, il Duca dei vandali, lo Chef assassino, Sorella vigilante, Camerata stizza, il Reverendo senza dio e altri a seguire, tenuti chiusi dal loro aguzzino, il signor Whittier, vittime e carnefici ognuna del proprio tremendo gioco. Richiamate da un annuncio per scrittori, attirate dalla possibilità di scrivere ognuno "il miglior racconto della propria vita", armate dei bagagli più impensabili [una palla da bowling, un set di coltelli, un diamante ottenuto dalle ceneri del marito, una scorta di pillole, una gatta..] si ritroveranno a fare i conti con il lato più nero e senza speranza dell'essere umano, la volontà inconsapevole ma forte di reiterare il dolore per sfuggire ad un dolore più grande.

E qui mi fermo, se vi siete incuriositi leggetelo.

Non so quantificare il mio giudizio su questo libro. Posso tranquillamente dire che non lo preferisco agli altri di Palahniuk, più immediati, più ritmati, pieni di cambi di corsia e in contromano. Con la costante sensazione di non riuscire a mettere il piede sul freno, evitando lo scontro solo un microsecondo prima.
Come gli altri, è un grande ritratto dell'essere umano attuale, almeno per me, preso in giro senza ritegno per i suoi malcelati difetti. Cavie corre il rischio, secondo me calcolato dall'autore, di sembrare quasi splatter, tanta è la sofferenza fisica, esterna, evidente e manifesta dei protagonisti delle storie. Tanto è anche il disagio mentale che ognuno di loro vive all'estremo, ognuno nella propria incomunicabile, vergognosa esperienza, narrata quasi sottovoce e con il tono di chi sta per raccontare un segreto indicibile.

I personaggi sono per alcuni aspetti simili a quelli di Invisible Monsters, anche loro mostri fisici e mentali, buffoni di corte e personaggi in vetrina nel circo della vita; anche loro vittime dei loro vizi e delle loro disperate fissazioni, della loro schiavitù per il sesso, per la forma, per la bellezza, per la povertà, per il denaro, per l'autolesionismo, dipendenti ognuno da qualcosa, come il protagonista di soffocare, ognuno legato da una catena e relativa palla al piede alla propria e incondivisibile, almeno in apparenza, macchia.
Come gli altri, anche Cavie non ha un lieto fine, anzi, esattamente come gli altri non ha una fine, non di netto, non quella che ti permette di dire "ha avuto ragione, ha fatto bene" oppure "il coglione se l'è meritato, dai". No; Palahniuk lascia i suoi personaggi, le sue creature che tanto ama quanto teme, sulla culla della loro sorte, sfumati, in un angolo, alla mercè del lettore, che può rimanere ore e ore, giorni e giorni a meditare su come anche lui, in qualche momento, abbia sfiorato quella zona di limite tra realtà e fantasia, tra normalità e pazzia, tra benessere e disagio, che in Cavie, di nuovo, è così sfumata e pericolosa, quasi seducente, da far venir voglia di voltare subito pagina per non pensarci troppo a lungo.

Con cavie io mi sono sentito quasi consolato, giunto alla fine. Anche se, come sempre, non c'è mai possibilità di riscatto. Più che dispiacere per la fine della lettura, con i libri di Palahniuk c'è una sorta di de-sperazione per l'ultima mossa dei personaggi. Non si salvano mai, non c'è mai un lieto fine, o qualcosa che gli somigli.
Ma, in fin dei conti, il lieto fine sarebbe talmente fuori luogo e fuori tempo, nei suoi libri, che stonerebbe col resto della storia. E che questo non faccia di Palahniuk un autore animato da una sorta di pessimismo cosmico, assolutamente no. Descrive le storie come sono, o come potrebbero essere.
I suoi personaggi sono liberi di proseguire per la loro strada, senza nessuna interferenza dall'esterno.
Li osserva e li descrive, li lascia fare.
Ben consapevole di avere tra le mani una macchina senza freni e due acceleratori.
motokop poteva occuparsi di altro in maggio 31, 2006 21:20 | link | commenti (3)
categorie: delle letture
martedì, 09 maggio 2006

Il bello del P2P


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Lento - Painting The Hangars (2004)

Dunque, tutto è nato mentre scaricavo qualche mp3 - non ricordo neanche più quali - da un tizio.
Costui nelle user info di SoulSeek aveva l'indirizzo web della sua band, ed una scritta che consigliava: "If you like instrumental post rock, please visit www.lento.tk".
Siccome io lo like abbastanza, ci vado e sul sito (qualche foto ed una lista con le date dei concerti) permettono di scaricare il loro disco per intero, copertina compresa.
E' un EP composto da tre tracce niente male ma, come spesso accade, dopo un ascolto veloce tutto viene sommerso da una valanga di altra musica e lascio 'sedimentare' il download un annetto o forse più senza prestargli attenzione.

L'altro giorno durante la periodica pulizia dell'Hard Disk, tra gli mp3 spunta fuori la cartella "Lento - Painting The Hangars", ricordo tutto e metto su.
Sono cinque ragazzi di Roma alle prese con un ottimo rock strumentale, visionario e venato di psichedelia.
I crescendo alla maniera dei Godspeed You! Black Emperor che infiammano Codecomcasia e Follow The Blue Chino uniti ai feedback spaziali di Letters to Noega, pur evocando quel leggero senso di deja vù, inevitabile nell'ascoltare questo genere di musica nel 2006, dimostrano le ottime capacità del gruppo.
Cito anche i Mogwai ché quando parli di post rock, con loro vai sempre sul sicuro e tutti si fidano.
Proseguire con la descrizione della musica mi sembra inutile, è rock, è strumentale, è suonato bene. Basta così.
Se il fantasma del post rock ancora non vi è apparso in sogno spaventandovi definitivamente, date loro un ascolto.
Magari passano dalla vostra città per un concerto, andateli a vedere perché sicuramente meritano e dal vivo quegli intrecci di chitarra promettono bene.
Più che il disco, che ahimè non è più reperibile dal loro sito (magari lo trovate su SoulSeek, se frequentate. O ad un loro concerto), volevo segnalare la band che pare stia uscendo con un album tutto nuovo.

Sito Ufficiale con un mp3 del disco nuovo da scaricare





The Ecclesia - Birdsong Over The Interior Castle (2006)

Questo ragazzo invece m'ha contattato con un messaggio, sempre su SoulSeek, dopo aver frugato nella mia lista mp3. In poche parole mi dice di aver controllato i files che ho in condivisione e in base alla musica che possiedo, sostiene che potrebbe piacermi il suo gruppo: The Ecclesia. Il nome mi sorprende, mi fido dell'entusiasmo del tipo e della descrizione che fa lui stesso della sua musica: "Ricordiamo vagamente i Boards Of Canada, anche se vorremmo andare oltre". Presuntuoso eh, ma con le idee chiare. Mi dice che sono tre ragazzi americani, dell'Arizona, più o meno ventenni e con una grande passione per l'elettronica e la sperimentazione rock. Da poco è uscito il loro primo lavoro su etichetta Arena Rock, vecchia label dei Calla.

Il disco si chiama Birdsong Over The Interior Castle e combinato al nome della band, mi fa immaginare qualcosa di molto soft e bucolico. E così è. Elettronica minimale ed eterea su cui imbastiscono flebili melodie, con un arpeggio di chitarra, con i fiati oppure uno xilofono come nella meravigliosa Naming The Animals (March). Si sentono l'accuratezza della produzione e il meticoloso lavoro di ricerca nella scelta dei suoni, adatti a creare quel senso di sospensione che aleggia su tutta la loro musica.
Se dico celestiali, sembra una battuta?

Sito dell'etichetta

Sito della band con un paio di mp3 da scaricare

I samples di tutte le canzoni
barista poteva occuparsi di altro in maggio 09, 2006 00:02 | link | commenti (6)
categorie: della musica
giovedì, 04 maggio 2006

Mi consenta...

Tu ora sei a vedere i dEUS.  Io no.  Grrrrrrrrr.

... so if you wanna come down for some hangin' around!!!

trellheim poteva occuparsi di altro in maggio 04, 2006 23:57 | link | commenti (12)
categorie: della musica
lunedì, 01 maggio 2006



Julie's Haircut - After Dark, My Sweet (2006)

L'uomo che scrive sulla carta dei cioccolatini, ha sentenziato che ogni repentina modifica del taglio di capelli in una donna, sancisce un cambiamento che va al di là di un rinnovato 'look'. Un cambiamento pensato e maturato nel tempo.
Io, anche se potrebbe c'entrare una fava, aggiungo che il segreto è femmina.

Mentre le note di "After Dark, My Sweet" fluttuano leggere tra il fumo e rimbalzano sulle pareti della mia stanza, penso a Julie. A quello che era, a quello che è ora, e mi convinco che deve esserle successo qualcosa di incredibile, di cui forse non saprò mai niente.
E' come se avesse riesumato uno scrigno di preziosi, sepolto sotto terra, magari a dieci passi da un albero.
Nell'aprirlo, un fascio di luce carico di sensazioni e ricordi deve averla investita, risvegliando bizzarre sinapsi assopite dal tempo, in una sorta di ipnosi.

Nel domandarmi cosa possa contenere quella scatola, ci fantastico su: forse una cartolina spedita dal lontano pianeta dei Guardascarpe, con i saluti del Guru spirituale Peter 'Sonic Boom' Kember (Spacemen 3, Spectrum) e la promessa di rincontrarsi "quando saremo entrambi fatti" (Sister Pneumonia); una copia autografata del Krautrocksampler di Julian Cope che, sono sicuro cara Julie, ora sai decantare a memoria (Gemini Pt.1 & Pt.2, Death Machine), ed una vecchia VHS di "Sussurri e Grida", regia di Ingmar Bergman, che potresti guardare ininterrottamente per giorni, recitandone ogni battuta. Una pellicola dove viene narrato, tra l'altro, il contrastato rapporto fra due sorelle (le attrici Liv Ullmann e Ingrid Thulin), qui trasposto in musica con altrettante canzoni - consanguinee nel pulsante giro di basso, ma 'caratterialmente' diverse: torbida e invischiata tra un colloso wah-wah à la Dead Meadow la prima (Liv Ullman); luminosa e vanesia, come la chitarra gilmouriana che le danza sopra, la seconda (Ingrid Thulin).
Poi altre gemme sonore color porpora, accompagnate dalla grazia dei tuoi movimenti e dall'assenza di gravità.
 
Questo percorso teleguidato nell'inconscio della dolce ed enigmatica Julie è, per farla semplice, il suo capolavoro.
Psichedelia e rock. Zuccherose melodie, come gommose alla mescalina e poche parole
. Perché questa volta non è lei che deve spiegare, ma sono io che mi inoltrerò, passo dopo passo, dentro al suo nuovo mondo, dove un paio di occhi corvini, ricolmi come traboccanti boccette d'inchiostro, tingono di nero tutto ciò che la circonda.
Mentre lei stringe tra le mani un cofanetto magico ed il suo tesoro, illuminato ed illuminante, troppo prezioso per soffocare di nuovo sotto ad un metro di terra.

Ti ho osservata per bene Julie e, lasciatelo dire, stai benissimo pettinata così.

Tracklist:

1 - Open Wound
2 - Sister Pneumonia
3 - Afterdark
4 - Satan Eats Seitan
5 - Death Machine
6 - Liv Ullman
7 - Purple Jewel
8 - Gemini, Pt.1 & Pt.2
9 - Ingrid Thulin
10 - Pistils
11 - My Eyes Have Seen The Glory


8/10
barista poteva occuparsi di altro in maggio 01, 2006 21:32 | link | commenti (5)
categorie: della musica