Cavie di Chuck Palahniuk
"Doveva essere un ritiro per scrittori. Un posto sicuro, dove avremmo potuto lavorare. E noi dovevamo scrivere poesie. Belle poesie.
No, quello era soltanto per scrittori, finché non è stato troppo tardi perché non fossimo altro che le sue vittime."Così inizia l'ultimo, estenuante, lunghissimo e faticoso libro di
Chuck Palahniuk.
Non ho mai impiegato tanto tempo e fatica per leggere un romanzo, soprattutto quando la firma è quella dello stesso autore di
Invisible Monsters,
Soffocare o
Fight Club, divorati nell'arco delle 24 ore o poco più.
Cavie è un insieme di racconti, 23 per la precisione, narrati sul palco di un teatro che è anche la cella di prigione di altrettanti personaggi con improbabili nomi: San Vuotabudella, il Conte della calunnia, Madre Natura, Lady barbona, il Duca dei vandali, lo Chef assassino, Sorella vigilante, Camerata stizza, il Reverendo senza dio e altri a seguire, tenuti chiusi dal loro aguzzino, il signor Whittier, vittime e carnefici ognuna del proprio tremendo gioco. Richiamate da un annuncio per scrittori, attirate dalla possibilità di scrivere ognuno "il miglior racconto della propria vita", armate dei bagagli più impensabili [una palla da bowling, un set di coltelli, un diamante ottenuto dalle ceneri del marito, una scorta di pillole, una gatta..] si ritroveranno a fare i conti con il lato più nero e senza speranza dell'essere umano, la volontà inconsapevole ma forte di reiterare il dolore per sfuggire ad un dolore più grande.
E qui mi fermo, se vi siete incuriositi leggetelo.
Non so quantificare il mio giudizio su questo libro. Posso tranquillamente dire che non lo preferisco agli altri di Palahniuk, più immediati, più ritmati, pieni di cambi di corsia e in contromano. Con la costante sensazione di non riuscire a mettere il piede sul freno, evitando lo scontro solo un microsecondo prima.
Come gli altri, è un grande ritratto dell'essere umano attuale, almeno per me, preso in giro senza ritegno per i suoi malcelati difetti. Cavie corre il rischio, secondo me calcolato dall'autore, di sembrare quasi splatter, tanta è la sofferenza fisica, esterna, evidente e manifesta dei protagonisti delle storie. Tanto è anche il disagio mentale che ognuno di loro vive all'estremo, ognuno nella propria incomunicabile, vergognosa esperienza, narrata quasi sottovoce e con il tono di chi sta per raccontare un segreto indicibile.
I personaggi sono per alcuni aspetti simili a quelli di Invisible Monsters, anche loro mostri fisici e mentali, buffoni di corte e personaggi in vetrina nel circo della vita; anche loro vittime dei loro vizi e delle loro disperate fissazioni, della loro schiavitù per il sesso, per la forma, per la bellezza, per la povertà, per il denaro, per l'autolesionismo, dipendenti ognuno da qualcosa, come il protagonista di soffocare, ognuno legato da una catena e relativa palla al piede alla propria e incondivisibile, almeno in apparenza, macchia.
Come gli altri, anche Cavie non ha un lieto fine, anzi, esattamente come gli altri non ha una fine, non di netto, non quella che ti permette di dire "ha avuto ragione, ha fatto bene" oppure "il coglione se l'è meritato, dai". No; Palahniuk lascia i suoi personaggi, le sue creature che tanto ama quanto teme, sulla culla della loro sorte, sfumati, in un angolo, alla mercè del lettore, che può rimanere ore e ore, giorni e giorni a meditare su come anche lui, in qualche momento, abbia sfiorato quella zona di limite tra realtà e fantasia, tra normalità e pazzia, tra benessere e disagio, che in Cavie, di nuovo, è così sfumata e pericolosa, quasi seducente, da far venir voglia di voltare subito pagina per non pensarci troppo a lungo.
Con cavie io mi sono sentito quasi consolato, giunto alla fine. Anche se, come sempre, non c'è mai possibilità di riscatto. Più che dispiacere per la fine della lettura, con i libri di Palahniuk c'è una sorta di de-sperazione per l'ultima mossa dei personaggi. Non si salvano mai, non c'è mai un lieto fine, o qualcosa che gli somigli.
Ma, in fin dei conti, il lieto fine sarebbe talmente fuori luogo e fuori tempo, nei suoi libri, che stonerebbe col resto della storia. E che questo non faccia di Palahniuk un autore animato da una sorta di pessimismo cosmico, assolutamente no. Descrive le storie come sono, o come potrebbero essere.
I suoi personaggi sono liberi di proseguire per la loro strada, senza nessuna interferenza dall'esterno.
Li osserva e li descrive, li lascia fare.
Ben consapevole di avere tra le mani una macchina senza freni e due acceleratori.