Milaus - JJJ (2005)
Curiosa sensazione quella di avere tra le mani un disco che piace, e molto, ma al tempo stesso, per qualche oscura (ma neanche troppo) ragione, delude.
I
Milaus erano l'unico gruppo italiano di "ultima generazione" che mi avesse stupito. Il modo in cui sapevano condensare nella loro musica almeno un decennio di indie-rock americano ed europeo, faceva intuire che mi trovavo di fronte ad una splendida realtà. Un Bignami edizione speciale di tutto quel sound che avevo sempre amato. Dentro le loro canzoni fioriscono tuttora, fertilizzati dal talento e da una sana incoscienza (musicale) giovanile, moltecipli germogli di rock indipendente: l'andamento (finto) trasandato dei
Pavement, un'intelaiatura ritmica
fugaziana, l'imprevedibilità dei
dEUS, e la freschezza di un gruppo pop. Nell'accezione migliore del termine pop.
Il balzo dal primo lavoro (
"United Slaves Of Amusement" del 2001) al secondo (
"Rock Da City!" del 2003) era stato notevole, in termini di qualità e di maturità: le buone idee del gruppo acquistavano una forma lineare, in un certo senso 'ripulita' dalle prolissità dell'esordio. Che sia stato il lavoro di
Giulio Favero (produttore di Rock Da City!) - uomo dalle palle quadrate, sia quando manipola un mixer - sia che si diverta dietro una chitarra, non ci è dato saperlo, e nemmeno sembra così determinante. Certo che il buon Giulio faticherà non poco nel camminare. Ad ogni modo quegli spigoli si sentivano nel disco precedente, eccome.
Passano due anni, cambiano etichetta (ora con la toscana
Black Candy), ma per i Milaus - nome ispirato dall'amichetto occhialuto di Bart Simpson - è come se il tempo si fosse fermato ad allora. Gli spigoli sono, tuttavia, sempre più arrotondati, c'è in qualche modo più immediatezza e meno follia. Ogni canzone non è più un oceano, come affermavano loro stessi tempo fa, ma piuttosto un laghetto di periferia calmo e tranquillo, la superficie dell'acqua è liscia e ci si specchia, compiacendosi.
Un disco che segna il passo, l'ulteriore salto di qualità non c'è stato.
Nonostante un pezzo come
Attitude To The Funny Things, faccia quasi gridare al miracolo: è una canzone dei Pavement, senza esserlo. Come se la band di Malkmus, invece che su schitarrate sbilenche e lo-fi, avesse costruito le sue fortune su due linee di basso ed un violoncello
seghettato dall'archetto a intervalli regolari, su cui stonare e dichiarare apertamente il proprio status di cazzone. Si pongono sullo stesso livello
It's Coming e
It's A Miracle, due lampanti esempi di quello che il gruppo valtellinese è capace di fare: la prima un lento crescendo, indolente, che va a poggiarsi nel finale, sul giaciglio narcotico del sintetizzatore; ed un rock pulsante e tagliente, con cadenza quasi funk e catarsi conclusiva, la seconda.
As I Used To Be, starebbe bene nei primi due dischi dei dEUS, e non serve dire altro.
E' il resto che non cattura e puzza di compitino, seppur svolto in maniera impeccabile.
She's Back Again e
Traffic troppo 'perfette' e compassate per essere vere, ed il punkettino-rockettino di
So Beatiful, quasi sorprendente nella sua prevedibilità, zavorrano il disco rendendolo niente più che un addolcito riepilogo del predecessore.
Mi aspettavo troppo dal piccolo Milaus. Sempre meno sfigato e plagiato da Bart certo, ma è ora di togliere quegli occhialetti tondi ed abbandonare l'aria da bimbo saputello che ha studiato troppo la lezione. E' arrivato il momento di cazzeggiare per Springfield da solo.
Tracklist:
1 - She's Back Again
2 - It's Coming
3 - It's A Miracle
4 - Searching In All Love Songs
5 - Attitude To The Funny Things
6 - Traffic
7 - As I Used To Be
8 - So Beautiful
9 - JJJ7/10
link:
It's ComingIt's A Miracle