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I Suffer Disclaimer:

Questo blog non rappresenta una testata giornalistica in quanto viene aggiornato senza alcuna periodicità. Non può pertanto considerarsi un prodotto editoriale ai sensi della legge n. 62 del 7.03.2001.
E, diciamocelo, ci vuole un coglione per pensare che lo sia.

venerdì, 29 febbraio 2008

And now I'm flying like an angel to the sun
My feet are burning and I grab into another world







Music: Guano Apes - Lords Of The Boards

Video: Elekrep









postato da: barista in data febbraio 29, 2008 14:14 | link | commenti (5)
categorie: del mondo
martedì, 20 novembre 2007

Dopo un annetto di silenzio sul blog, ecco una bella notizia per riprendere le buone abitudini...





Serata assolutamente imperdibile quella di sabato 24 novembre. Sul palco del Circolo Arci Vibra di Modena, all’interno della rassegna Collateral, due autentiche leggende della musica rock, Damo Suzuki, ex voce dei mitici Can e Pete "Sonic Boom" Kember, membro fondatore dei seminali Spacemen 3, si uniranno ai Julie’s Haircut per una nottata di improvvisazione cosmica. Non si tratta di tre concerti separati, ma di un’unica grande session spontanea, una sorta di "composizione istantanea" basata su materiale assolutamente inedito e improvvisato.

Dopo il concerto dj set con Mara Mariani di Radio Antenna Uno e l’ospite Dj Donut, già al lavoro in diversi club di Milano (http://www.myspace.com/thenightoftheknife)

In sala saranno presenti anche i ragazzi di Malleus Poster Art Lab con i loro poster in mostra. La serata rientra all’interno della rassegna musicale "Collateral", curata dai Giardini di Mirò.

Apertura ore 23.00 - Ingresso riservato soci ARCI - Gratuito fino alle 24 (5 € dopo)

Damo Suzuki

Kenji Damo Suzuki è stato il cantante dei tedeschi Can – uno dei gruppi pi_ innovativi e influenti della storia del rock – tra il 1970 e il 1974, con i quali ha partecipato alla creazione di dischi leggendari come "Tago Mago", "Ege Bamyasi" e "Future Days". Negli ultimi anni ha dato vita al Damo Suzuki Network, collaborando con decine di musicisti in tutto il mondo.

Sonic Boom

Pete Kember è stato il fondatore, insieme a Jason Pierce, degli Spacemen 3, il gruppo inglese attivo dal 1983 al 1990 che più di tutti ha ridefinito il concetto di "psichedelia", coniugando l’aggressività rock di Stooges e MC5 con il minimalismo di Terry Riley. Gli album "The Sound Of Confusion", "The Perfect Prescription" e "Playing With Fire" sono pietre miliari del rock degli ultimi vent’anni. Dopo lo scioglimento degli Spacemen 3 Sonic Boom si è dedicato all’attività solista (Spectrum, Experimental Audio Research) e di produttore.

Julie’s Haircut

Attivi dal 1994, i Julie’s Haircut sono una delle realtà più longeve della scena indipendente italiana. Dopo tre album orientati alla forma-canzone classica, il loro ultimo disco, "After Dark My Sweet" (con la collaborazione di Sonic Boom), ha segnato il passaggio all’improvvisazione.


























postato da: barista in data novembre 20, 2007 13:21 | link | commenti (3)
categorie: della musica
martedì, 08 agosto 2006

"Non importa con quanto scrupolo seguirai le indicazioni: avrai sempre l'impressione di aver perso qualcosa, la sensazione sprofondata sotto la tua pelle di non aver vissuto tutto. C'è quel sentimento di caduta nel cuore, per essere andato troppo in fretta nei momenti in cui avresti dovuto fare attenzione.
Be', abituati a quella sensazione. E’ così che un giorno sentirai tutta la tua vita.
E’ solo questione di abitudine. Niente di tutto ciò ha importanza. Ci stiamo solo scaldando."

 

 

"Niente di me è originale. Sono il risultato dello sforzo di tutti quelli che ho conosciuto".

 

Invisible Monsters, Chuck Palahniuk.

 

francesco, new york, 12:10 am

postato da: motokop in data agosto 08, 2006 06:11 | link | commenti (32)
categorie:
mercoledì, 12 luglio 2006

L'italia ha vinto i Mondiali di calcio. Ma, dite la verità, qual è la domanda che tutti ci poniamo? Qual è il mistero irrisolto dei Mondiali? Su cosa si concentra l'interesse del globo? Di cosa discutono tutti i principali quotidiani internazionali?
Ecco di cosa discutono: Cosa ha detto Materazzi a Zidane?
Dunque, secondo me ci sono solamente quattro opzioni plausibili, e sono queste:

1 - La palla sta per essere rimessa in gioco quand'ecco che Materazzi, col suo consueto savoir faire, si rivolge a Zidane apostrofandolo con paroline poco gentili.
Materazzi - Figlio di una brutta bagassa algerina che non sei altro, lo sai che tua sorella si diverte con tutta la Nazionale tunisina?
Zidane - ...
Materazzi - Per non parlare di quella maialona di tua moglie che ha preso tanta di quella mazza che se la misurassimo sarebbe più alta della torre Eiffel
Zidane - ...
Materazzi - Ha ragione Le Pen! Ci sono troppi negri nella Francia e tu sei uno di quelli!"
Zidane - ...
Materazzi - Sai, somigli a Ribery!"
Zidane si gira e SBAM! (se non va bene l'onomatopea, sceglietevene un'altra)

2 - Appena finita l'azione di gioco, i due calciatori si dirigono verso il centro del campo, Zidane davanti (e dietro tutti quanti ahahah) e Simpatia Materazzi alle sue spalle, che lo segue.
Materazzi osserva la nuca di Zizou e gli fa - Oh ma sai che hai perso un casino di capelli dall'ultima volta che ti ho visto
Zizou, notoriamente suscettibile riguardo la sua calvizie incipiente, s'incazza come una salamandra e gli risponde - Meglio pérdere i capellì che aver la list della spes tatuata sule brascia, esibisionist!
Materazzi - Ignorante bifolco, sono i nomi dei miei figli, di mia moglie, la mia data di nascita, quella di tutti i miei parenti, una frase filosofica in aramaico, la cifra totale dei punti di sutura che ha causato il mio gomito, i punti della Esselunga, poi se guardi bene qua mi son fatto fare anche una tabella con tutti i cartellini gialli che mi hanno dato, con la motivazione e il minuto di gioco in cui li ho presi"
Zidane: "Materasì, perché non ti tatui la scrita "stronso" in memoria dela tua person?"
Materazzi: "Non c'è più posto. Dove?"
Zidane si gira verso di lui e..."Qua!". SBAM.

3 - Finisce l'azione di gioco (quella di prima) e i due calciatori sfruttano il momento di pausa per accendere uno spinello.
Zizou ha portato una purea di polline donatagli da un amico un po' losco del cugino algerino, che nelle occasioni speciali (tipo mondiali o europei di calcio) non manca mai di presentarsi con un regalo per il campione francese.
Ma Materazzi gigioneggia un po' troppo con lo spino in mano. L'arbitro li vede. I due fingono di rientrare a centrocampo, mentre Materazzi tiene la canna nascosta e non la passa.
Zizou senza farsi sentire dall'arbitro chiede a Materazzi: "Hai mangiat il pollo ce soir?.
Materazzi, con occhio già arrossato risponde: "Eh?"
Zizou, che ha già capito come sta messo Materazzi, fa finta di niente.
Al che Materazzi domanda: "Cosa vorresti insinuare eh? Che ho mangiato il pollo con l'aviaria e sono dopato?"
Zidane: "Ma no defiscent, era una battut, si disce così quando qualcuno non passa la canna"
Materazzi: "Ah, gli si da del dopato, bella educazione che vi insegnano in Francia!"
Zidane: "Sei proprio un cojon! E' una battuta ironica! Quando si mangia il poll con le manì, rimangono tutte le dita appiscicose, quindi automaticament la canna resta attaccat alle dit! Capito?"
Materazzi: "Il coglione sei tu, il nostro preparatore prima della partita ci fa mangiare al massimo un piatto di pasta con l'olio perché se no ti viene la mappazza sullo stomaco e non corri più. Non capite proprio un cazzo di calcio voi francesi"
Zidane si gira e SBAM.

4 - Finita l'azione, i due, ormai stanchissimi, fanno comunella con simpatici scambi di battute.
Materazzi: "Zizou me la dai la maglia quando finisce la partita?"
Zidane (in perfetto italiano): "Sì te la dò. Però ti avverto che io sudo come un animale, non so in che condizioni sarà la maglietta"
Materazzi: "Fa lo stesso Zinedine, ti ho sempre ammirato tantissimo, hai una classe infinita, un tocco di palla magico! Avere la tua maglietta nauseabonda sarebbe motivo di grande gioia per me. Grande, grandissima gioia."
Zidane: "Ti ringrazio Marchino, sei davvero una bella persona. Leale in campo, mai un gomito di troppo, mai una parola fuori posto: l'immagine del calciatore corretto! Tra l'altro hai dei tatuaggi fichissimi!"
Materazzi: "Grazie Zigulì, oltre ad avere un nome bellissimo ed una classe immensa, devo ammettere che sei anche un bel ragazzo. Occhi azzurri e penetranti come un assist, quella timidezza un po' infantile che fa il paio con la chierica da uomo maturo che sa quello che vuole e lo ottiene"
Zidane: "Così mi lusinghi pennellone tutto casa ed entrata assassina, voglio succhiarti un gomito"
Materazzi: "Fammi tua!"
Zidane si gira e al grido di "Vieni qua pasticcino!" corre verso Materazzi, ma inciampa e..SBAM
postato da: barista in data luglio 12, 2006 18:32 | link | commenti (3)
categorie: del mondo
martedì, 04 luglio 2006

Sweek - The Shooting Star's Sigh (2004)

Vi capita mai che qualcosa vi faccia impazzire al primo ascolto? Che dopo tante cose che sono passate per le vostre orecchie una in particolare vi faccia saltare letteralmente la calotta cranica?

Questo è quello che mi è successo in quel di ottobre, mentre ascoltavo svogliatamente un milione di cose. Mi consigliarono questa band, guardacaso, belga e decisi di dargli una chance.
L'inizio evanescente di "Summer Trip" e la rarefatta "Microbacterium Leprae" inquadrano subito il disco nell'area post rock, tanto cara ai canadesi (Godspeed You! Black Emperor, A Silver Mt. Zion). Belle, il cantato un po' insipido e trascurabile, canzoni gradevoli ma nulla più. Ma già il violino mi fa drizzare le orecchie.
"Everybody Takes The Plane", terza traccia, fa scoccare la scintilla che accenderà le fiamme. Cicale elettroniche che saltano dal canale destro al sinistro, giro di chitarra ripetuto, con lievi variazioni e poi l'esplosione: il distorsore, il fuoco, la passione e di nuovo il violino. E' amore. Una citazione che sto cercando ormai da mesi, senza successo, un crescendo vorticoso. Ed io che raccolgo la mia mascella da terra.
Si procede con "Creutzfeld Jacob", siderale ed arabeggiante, e l'essay bukowskiana di "Things Are Bigger Than They Appear", che sintetizza (ma temo con piglio ironico) la mia posizione sulla poesia. "James Piano" mi conferma che si tratta di amore, nei secoli dei secoli, amen: un pianoforte solitario ed una melodia ossessiva ripetuta picchiando forte sui tasti. 2 minuti e 17 che mi fanno rizzare i capelli e mi lasciano incredula. "New James" chiude l'opera, una lunga suite che riprende il tema di James portandolo al violino, dapprima soffuso e poi totalmente impazzito.

Raccolgo i pezzi di me stessa e decido che questo è già diventato uno dei miei gruppi preferiti. E tutti devono saperlo.

Tracklist:

01. Summer Trip
02. Microbacterium Leprae
03. Everybody Takes The Plane
04. Creutzfeld Jacob
05. Things Are Bigger Than They Appear
06. James Piano
07. New James

Link:
sweek
carte postale records

postato da: trellheim in data luglio 04, 2006 18:40 | link | commenti (2)
categorie: della musica, belgian waves
giovedì, 29 giugno 2006

Lunar Park
di Bret Easton Ellis



“Il rischio professionale di fare di te stesso uno spettacolo, sulla lunga distanza, è che a un certo punto anche tu compri un biglietto d’ingresso”. Così sentenzia Thomas McGuane a pagina zero di Lunar Park, il romanzo,  a detta di Bret Eston Ellis, autobiografico, in cui l’autore si consegna,  nudo e senza copertina, al suo pubblico.

E lo fa lasciando fuori i personaggi che spesso usa  per nascondersi, con la ruffiana malizia tentatrice di chi sa che qualcuno, forse il lettore, piano ma inevitabilmente, arriverà a riconoscerlo e ad aspettarlo al varco. Qui Ellis compare in tutto e per tutto, riflettendo se stesso attraverso un caleidoscopio. Per questo, il protagonista di Lunar Park è diverso in ognuno dei capitoli che compongono il romanzo, il cui inizio trascina in un esilarante “dietro le quinte” della vita dello scrittore, dalle prime bozze partorite a Candem, esclusivo e goliardico campus universitario del New Hampshire, al tour promozionale di Glamorama, in cui Ellis si perde e fa perdere in uno scenario che, se non ci si fidasse dell’autore, sembrerebbe essere la riproduzione della grande allucinazione di “Paura e delirio a Las Vegas”. A differenza del famoso romanzo e poi film, però, qui si avvertono quasi subito l’insicurezza e  il desiderio, sempre mai realizzato, di un riscatto dalla condizione di perenne assenza dalla realtà.

E’ questo il primo Bret che viene fuori, un giovane ricco e bello, la cui sorte, dopo avergli regalato apparentemente tutto, decide di coprirlo di fama e nuovi soldi dopo la pubblicazione, ancora all’ università, di Meno di zero. Un clichè, verrebbe da pensare, forti anche dei paragoni immediati che scattano tra l’Ellis dei primi capitoli e i giovani protagonisti delle sue prime opere, come  Le regole dell’attrazione .

Ma in mezzo al lusso e al sesso facile, inizia a farsi strada un punto nero, che pagina dopo pagina si espande a macchia fino a diventare il filo conduttore [nonché, secondo me, motivo di ispirazione stesso] del romanzo: il rapporto irrisolto con un padre violento e assente, morto troppo presto, lasciando così il figlio in una sorta di limbo, in cui galleggia tra un odio manifesto e un sempre crescente rimorso, che diverrà poi rimpianto. Probabilmente non ancora pronto a consegnare del tutto la figura del padre alle pagine di un libro, Ellis scegli di scendere in campo a sua volta nelle vesti del padre di un bambino per molto tempo non riconosciuto e forse troppo tardi ritrovato. Nel tentativo di riallacciare un seppur minimo rapporto con la realtà, e spinto anche dall’inizio del declino della propria carriera di scrittore, l’autore si trasferisce in una ricca cittadina della provincia newyorkese, dopo aver sposato la madre del piccolo. Rimanendo l’egoista ed egocentrico di sempre, Bret inizia goffamente e senza troppi risultati  a muovere i primi passi da padre.

La trama, o quel che le somiglia, prende inizio  da qui, nel bel mezzo di una degenerata festa di Halloween a casa Ellis, in cui ritroviamo tra gli invitati anche una parodia di Patrick Bateman, spietato protagonista del  tanto famoso quanto discusso American Psycho. L’angoscia generata dalla visione reale di un suo personaggio, amplificata dallo stato di delirio indotto dalle droghe in cui di nuovo versa Ellis, andrà via via trasformandosi, nel corso dei dodici giorni che vengono scanditi nel romanzo, capitolo per capitolo,  in paura ed orrore, in seguito ai terrorizzanti episodi che iniziano ad accadere con sempre maggiore frequenza nell’apparente ridente e sicura cittadina di provincia, che ben presto inizierà a dover fare i conti con una serie di inspiegabili e sistematiche scomparse dei figli maschi delle sue ricche famiglie.

Assolutamente lontano da una semplice autobiografia, Lunar Park porta il lettore a seguire Ellis in una spirale vertiginosa, che piano ma inesorabilmente inizierà a chiudersi sulla vita e gli affetti dell’autore, fino a farlo annaspare, cercando la salvezza per se stesso e per i suoi cari. Tra fantasmi del passato e colpi di scena semplicemente incredibili, inizia ad intravedersi  la via d’uscita del labirinto, ma non quello che segue. E ognuno dei dodici giorni sarà per  l’autore  un conto alla rovescia che lo costringerà a  svegliarsi, spingendolo prepotentemente nella vita reale e facendolo scivolare nel fango dei suoi errori.

Per la prima volta Ellis non si diverte a vedere finire i suoi personaggi sotto la loro stessa mal celata e costosa nullità, ma rischia lui stesso di annegare, nel tentativo di salvare il salvabile [o l’insalvabile?], mettendo a nudo, una volta per tutte, il doloroso rapporto col padre, che ha animato in maniera diversa tutti i suoi romanzi.

Delirante e improbabile, Lunar Park offre una chiave di lettura per le opere dell’autore, che non manca, di nuovo, di sferzare colpi bassi e ben assestati ad uno stile di vita vacuo e sterile, del quale sembra essere al tempo stesso schiavo e giudice severo.   

E, finalmente, rivela l’uomo, non lo scrittore, mostrando come, al netto della costante allucinazione che sembra essere la sua vita, dietro la firma di Ellis si nasconda costantemente uno sguardo profondo sul genere umano, nella sua familiare, e per questo commovente, paura di vivere. 
postato da: motokop in data giugno 29, 2006 13:06 | link | commenti (3)
categorie: delle letture
lunedì, 19 giugno 2006


Thom Yorke - The Eraser (2006)

Thom Yorke, secondo me, è una persona profonda.
Almeno a giudicare dall'arte profusa nel suo disco solista "a sorpresa", The Eraser. Uno in grado di scrivere musica così avanti nel suo essere insieme "di testa" e "di cuore", non può che avere una strabiliante ricchezza interiore.

La title-track ha l'incedere zoppo e surreale di Pyramid Song, ma la sua visionarietà non è del tipo "nuoto in un fiume insieme ad angeli dagli occhi neri", bensì più come quella di un treno fluorescente che avanza lento in una metropoli nebbiosa e affollata.
Skip Divide, Cymbal Rush e soprattutto Atoms For Peace riprendono l'ossessività straniante di marca Warp cui Thom è senz'altro debitore, con l'aggiunta però di ingredienti immediati (benché non banali) che le rendono dannatamente spiazzanti.
E il racconto di Thom in And It Rained All Night è quello di un cinico folletto che conosce troppo bene i suoni della natura per farsi spaventare da quelli post-moderni della civiltà.

The Eraser non contiene nessuna particolare innovazione stilistica da parte di Thom, come invece era successo per ogni singola tappa successiva a The Bends. Si potrebbe semplicemente definire una raccolta di b-side di Hail To The Thief, perché ne condivide la cifra estetica che sintetizza gli spunti della sua carriera so far.
Eppure convince, convince molto e ancor più di prima, della incontrollabile lucidità del genietto di Oxford.

Tracklist:

1 - The Eraser
2 - Analyse
3 - The Clock
4 - Black Swan
5 - Skip Divided
6 - Atoms For Peace
7 - And It Rained All Night
8 - Harrowdown Hiil
9 - Cymbal Rush
postato da: josi in data giugno 19, 2006 10:30 | link | commenti (5)
categorie: della musica
lunedì, 12 giugno 2006



Les Fauves - Our Dildo Can Change Your Life (2006)

Aprono le danze con la testa che ondeggia di qua e di là ed un incipit divertente come "When i was young in 1993, i had a little monkey by my side". Come fanno a non starmi simpatici? Ce l'avevo anche io la monkey, qualsiasi cosa intendessero dire loro.
Fanno grattare un po' il basso, inacidiscono la chitarra e sfornano un pezzo trascinante come "How Our Dildo Can Change Your Life" che ti fa muovere il culo. Facendo molta attenzione al dildo, ovvio.
Sculettando anche in "5TH Avenue" sembrano fare il verso al Lou Reed di Transformer, ed il cantante, impudente quanto basta, lassscia sssscivolare la esssse come una mano sssotto alla gonna, ed è "sssso vicioussss". E così che si fa: si studia dai maestri.
Poi la spiazzante chiusura con una pseudoballata low-fi, cantata - al contrario del resto - con la finta pigrizia che era dei Pavement. Non mi sorprenderei se scoprissi che quel coretto "...pass me by..." sia cantato da Spiral Stairs (era il nickname dell'ex chitarrista dei Pavement).

E' l'esordio di questi promettenti ragazzi di Sassuolo (MO): un'EP di sei tracce in bilico tra sanguigno garage rock, "menefotto" punk e civetterie glam, per l'altrettanto italianissima etichetta Urtovox.
Dopo aver provato questo dildo delle Bestie emiliane, se la vostra espressione sarà felice ed appagata o una maschera alla Totò Schillaci versione Italia '90 con lacrimuccia di Pierrot sulla guancia, starà a voi scoprirlo.

Il tutto, musicalmente parlando, s'intende.

Tracklist:

1 - Doremi
2 - How Our Dildo Can Change Your Life
3 - 5th Avenue
4 - Meteor Swing
5 - Spank Me
6 - February Lullaby


7/10
postato da: barista in data giugno 12, 2006 16:20 | link | commenti (5)
categorie: della musica
mercoledì, 31 maggio 2006

Cavie
di Chuck Palahniuk



"Doveva essere un ritiro per scrittori. Un posto sicuro, dove avremmo potuto lavorare. E noi dovevamo scrivere poesie. Belle poesie.
No, quello era soltanto per scrittori, finché non è stato troppo tardi perché non fossimo altro che le sue vittime."



Così inizia l'ultimo, estenuante, lunghissimo e faticoso libro di Chuck Palahniuk.
Non ho mai impiegato tanto tempo e fatica per leggere un romanzo, soprattutto quando la firma è quella dello stesso autore di Invisible Monsters, Soffocare o Fight Club, divorati nell'arco delle 24 ore o poco più.
Cavie è un insieme di racconti, 23 per la precisione, narrati sul palco di un teatro che è anche la cella di prigione di altrettanti personaggi con improbabili nomi: San Vuotabudella, il Conte della calunnia, Madre Natura, Lady barbona, il Duca dei vandali, lo Chef assassino, Sorella vigilante, Camerata stizza, il Reverendo senza dio e altri a seguire, tenuti chiusi dal loro aguzzino, il signor Whittier, vittime e carnefici ognuna del proprio tremendo gioco. Richiamate da un annuncio per scrittori, attirate dalla possibilità di scrivere ognuno "il miglior racconto della propria vita", armate dei bagagli più impensabili [una palla da bowling, un set di coltelli, un diamante ottenuto dalle ceneri del marito, una scorta di pillole, una gatta..] si ritroveranno a fare i conti con il lato più nero e senza speranza dell'essere umano, la volontà inconsapevole ma forte di reiterare il dolore per sfuggire ad un dolore più grande.

E qui mi fermo, se vi siete incuriositi leggetelo.

Non so quantificare il mio giudizio su questo libro. Posso tranquillamente dire che non lo preferisco agli altri di Palahniuk, più immediati, più ritmati, pieni di cambi di corsia e in contromano. Con la costante sensazione di non riuscire a mettere il piede sul freno, evitando lo scontro solo un microsecondo prima.
Come gli altri, è un grande ritratto dell'essere umano attuale, almeno per me, preso in giro senza ritegno per i suoi malcelati difetti. Cavie corre il rischio, secondo me calcolato dall'autore, di sembrare quasi splatter, tanta è la sofferenza fisica, esterna, evidente e manifesta dei protagonisti delle storie. Tanto è anche il disagio mentale che ognuno di loro vive all'estremo, ognuno nella propria incomunicabile, vergognosa esperienza, narrata quasi sottovoce e con il tono di chi sta per raccontare un segreto indicibile.

I personaggi sono per alcuni aspetti simili a quelli di Invisible Monsters, anche loro mostri fisici e mentali, buffoni di corte e personaggi in vetrina nel circo della vita; anche loro vittime dei loro vizi e delle loro disperate fissazioni, della loro schiavitù per il sesso, per la forma, per la bellezza, per la povertà, per il denaro, per l'autolesionismo, dipendenti ognuno da qualcosa, come il protagonista di soffocare, ognuno legato da una catena e relativa palla al piede alla propria e incondivisibile, almeno in apparenza, macchia.
Come gli altri, anche Cavie non ha un lieto fine, anzi, esattamente come gli altri non ha una fine, non di netto, non quella che ti permette di dire "ha avuto ragione, ha fatto bene" oppure "il coglione se l'è meritato, dai". No; Palahniuk lascia i suoi personaggi, le sue creature che tanto ama quanto teme, sulla culla della loro sorte, sfumati, in un angolo, alla mercè del lettore, che può rimanere ore e ore, giorni e giorni a meditare su come anche lui, in qualche momento, abbia sfiorato quella zona di limite tra realtà e fantasia, tra normalità e pazzia, tra benessere e disagio, che in Cavie, di nuovo, è così sfumata e pericolosa, quasi seducente, da far venir voglia di voltare subito pagina per non pensarci troppo a lungo.

Con cavie io mi sono sentito quasi consolato, giunto alla fine. Anche se, come sempre, non c'è mai possibilità di riscatto. Più che dispiacere per la fine della lettura, con i libri di Palahniuk c'è una sorta di de-sperazione per l'ultima mossa dei personaggi. Non si salvano mai, non c'è mai un lieto fine, o qualcosa che gli somigli.
Ma, in fin dei conti, il lieto fine sarebbe talmente fuori luogo e fuori tempo, nei suoi libri, che stonerebbe col resto della storia. E che questo non faccia di Palahniuk un autore animato da una sorta di pessimismo cosmico, assolutamente no. Descrive le storie come sono, o come potrebbero essere.
I suoi personaggi sono liberi di proseguire per la loro strada, senza nessuna interferenza dall'esterno.
Li osserva e li descrive, li lascia fare.
Ben consapevole di avere tra le mani una macchina senza freni e due acceleratori.
postato da: motokop in data maggio 31, 2006 21:20 | link | commenti (3)
categorie: delle letture
martedì, 09 maggio 2006

Il bello del P2P


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Lento - Painting The Hangars (2004)

Dunque, tutto è nato mentre scaricavo qualche mp3 - non ricordo neanche più quali - da un tizio.
Costui nelle user info di SoulSeek aveva l'indirizzo web della sua band, ed una scritta che consigliava: "If you like instrumental post rock, please visit www.lento.tk".
Siccome io lo like abbastanza, ci vado e sul sito (qualche foto ed una lista con le date dei concerti) permettono di scaricare il loro disco per intero, copertina compresa.
E' un EP composto da tre tracce niente male ma, come spesso accade, dopo un ascolto veloce tutto viene sommerso da una valanga di altra musica e lascio 'sedimentare' il download un annetto o forse più senza prestargli attenzione.

L'altro giorno durante la periodica pulizia dell'Hard Disk, tra gli mp3 spunta fuori la cartella "Lento - Painting The Hangars", ricordo tutto e metto su.
Sono cinque ragazzi di Roma alle prese con un ottimo rock strumentale, visionario e venato di psichedelia.
I crescendo alla maniera dei Godspeed You! Black Emperor che infiammano Codecomcasia e Follow The Blue Chino uniti ai feedback spaziali di Letters to Noega, pur evocando quel leggero senso di deja vù, inevitabile nell'ascoltare questo genere di musica nel 2006, dimostrano le ottime capacità del gruppo.
Cito anche i Mogwai ché quando parli di post rock, con loro vai sempre sul sicuro e tutti si fidano.
Proseguire con la descrizione della musica mi sembra inutile, è rock, è strumentale, è suonato bene. Basta così.
Se il fantasma del post rock ancora non vi è apparso in sogno spaventandovi definitivamente, date loro un ascolto.
Magari passano dalla vostra città per un concerto, andateli a vedere perché sicuramente meritano e dal vivo quegli intrecci di chitarra promettono bene.
Più che il disco, che ahimè non è più reperibile dal loro sito (magari lo trovate su SoulSeek, se frequentate. O ad un loro concerto), volevo segnalare la band che pare stia uscendo con un album tutto nuovo.

Sito Ufficiale con un mp3 del disco nuovo da scaricare





The Ecclesia - Birdsong Over The Interior Castle (2006)

Questo ragazzo invece m'ha contattato con un messaggio, sempre su SoulSeek, dopo aver frugato nella mia lista mp3. In poche parole mi dice di aver controllato i files che ho in condivisione e in base alla musica che possiedo, sostiene che potrebbe piacermi il suo gruppo: The Ecclesia. Il nome mi sorprende, mi fido dell'entusiasmo del tipo e della descrizione che fa lui stesso della sua musica: "Ricordiamo vagamente i Boards Of Canada, anche se vorremmo andare oltre". Presuntuoso eh, ma con le idee chiare. Mi dice che sono tre ragazzi americani, dell'Arizona, più o meno ventenni e con una grande passione per l'elettronica e la sperimentazione rock. Da poco è uscito il loro primo lavoro su etichetta Arena Rock, vecchia label dei Calla.

Il disco si chiama Birdsong Over The Interior Castle e combinato al nome della band, mi fa immaginare qualcosa di molto soft e bucolico. E così è. Elettronica minimale ed eterea su cui imbastiscono flebili melodie, con un arpeggio di chitarra, con i fiati oppure uno xilofono come nella meravigliosa Naming The Animals (March). Si sentono l'accuratezza della produzione e il meticoloso lavoro di ricerca nella scelta dei suoni, adatti a creare quel senso di sospensione che aleggia su tutta la loro musica.
Se dico celestiali, sembra una battuta?

Sito dell'etichetta

Sito della band con un paio di mp3 da scaricare

I samples di tutte le canzoni
postato da: barista in data maggio 09, 2006 00:02 | link | commenti (6)
categorie: della musica